Non v’è nulla d’impossibile, da negar con giuramento, da stupire, poi che adesso Giove, re del firmamento, buia notte a mezzo il giorno fe’, spegnendo il sol che in cielo lampeggiava. In seno agli uomini luttuoso corse un gelo. D’ora in poi, tutto è credibile, d’ora in poi merita fede qual sia cosa; né piú alcuno meravigli, anche se vede che s’insedino le fiere nel soggiorno dei delfini, giú nel pelago, ed a quelle gli echeggianti antri marini, ed a questi predilette — sian l’eccelse alpestri vette.
Fresche sere d’estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.
Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio e
le prime ore della sera.
Ma davvero adoro
queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.
Adesso i tigli sono rifioriti davvero e la sera, quando comincia a far buio ed è finito il faticoso lavoro, giungono le donne e le fanciulle, salgono in cima alle scale appoggiate ai rami e riempiono un cestino di fiori di tiglio.
Dai vecchi alberi, attraverso le tiepide sere estive, giunge sempre un profumo dolce come il miele…
I bambini cantano giù sulla spiaggia e giocano con le girandole di carta rossa e gialla… Nella polvere rosso- – dorata della strada, api e bombi ronzano in cerchi diffondendo una dorata risonanza.
Quando, gli occhi chiusi, una calda sera autunnale
io respiro il profumo del tuo bel seno ardente,
dinanzi vedo aprirsi rive chiare splendenti
imbiancate dai raggi d’un sole sempre eguale:
ecco un’isola pigra, la natura alimenta
alberi singolari con frutti saporosi,
uomini con i corpi asciutti e vigorosi,
donne che hanno negli occhi un ardire che incanta.
Guidato dal tuo odore verso dolci riviere,
vedo apparire un porto di brigantini e velieri
ancora affaticati per i colpi delle onde:
dei tamarindi verdi il profumo svapora,
penetra nel mio corpo e presto si confonde
col canto dei marinai che sale dalla prora.
Il sole da sopra si sporge di sotto. Il mondo si toglie il cappotto. L'estate rovescia colore arancione. Il mondo si toglie il maglione. Il caldo stordisce la pietra e la serpe. Il mondo si toglie le scarpe. E cammina scalza nel corpo che suda. La vita che è nuda.
Dio pazientissimo giorno e notte ci insegue; dove meno si pensa ci
attende all’agguato, non ha bisogno di croce o di altari: anche nei
vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a
tentarci proponendoci la salvezza dell’anima. (In quel preciso momento, 1950)
Avido lutto ronzante nei vivi, Monotono altomare, Ma senza solitudine, Repressi squilli da prostrate messi, Estate, Sino ad orbite ombrate spolpi selci, Risvegli ceneri nei colossei... Quale Erebo t’urlò?