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mercoledì 27 maggio 2026

Che allegria, vivere, di Pedro Salinas

Che allegria, vivere

Che allegria, vivere
e sentirsi vissuto.
Arrendersi
alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere, fuori di me, molto lontano
mi sta vivendo.
Che quando gli specchi, le spie,
mercurio, anime brevi, confermano
che sono qui, io, immobile,
serrati gli occhi e le labbra,
chiuso all’amore
della luce, del fiore e dei nomi,
la verità transvisibile è che cammino
senza i miei passi, con altri,
là lontano, e lì
sto baciando fiori, luci, parlo.
Che esiste un altro essere con cui io guardo il mondo
perchè sta amandomi con i suoi occhi.
Che esiste un’altra voce con cui io dico cose
non sospettate dal mio gran silenzio;
ed è che anche mi ama con la sua voce.
La via – che slancio ora! -, ignoranza
degli atti miei, che lei compie,
in cui lei vive, duplice, sua e mia.
E quando lei mi parlerà
di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,
ricorderò
stelle che non ho visto, che lei guardava,
e neve che nevicava nel suo cielo.
Con la strana delizia di ricordare
di aver toccato ciò che non toccai
se non con quelle mani
che non raggiungo con le mie, tanto distanti.
E spogliato di sé potrà il mio corpo
riposare, tranquillo, morto ormai. Morire
nell’alta certezza
che questo viver mio non era solo
il mio vivere: era il nostro. E che mi vive
un altro essere di là della non morte.

Pedro Salinas

Nel dualismo ricerchiamo
un senso di comunione
come unione inscindibile
che spesso si scioglie...

martedì 26 maggio 2026

Le maestrine, di Casare Pavese

Le maestrine

Le mie terre di vigne, di prugnoli e di castagneti
dove sono cresciute le frutta che ho sempre mangiato,
le mie belle colline – hanno un frutto migliore
che fantastico sempre e non ho morso mai.
Quando si hanno sei anni e si viene in campagna
solamente l’estate, è già molto riuscire
a scappar sulla strada e mangiar frutta acerba
coi ragazzotti scalzi, in pastura alle vacche.
Sotto il cielo d’estate, distesi nei prati,
si parlava di donne tra un gioco e una lite
e quegli altri sapevan misteri e misteri
sussurrati ghignando nell’ozio divino.
Sulla strada davanti alla villa si vedono ancora
– la domenica – parasolini passar dal paese;
ma è lontana la villa e non c’è piú ragazzi.

Mia sorella era allora ventenne. Venivano sempre
sul terrazzo a trovarci bei parasolini,
vesti chiare d’estate, parole ridenti:
maestrine. Parlavan magari di libri
imprestati tra loro – romanzi d’amore –
e di balli, di incontri. Io ascoltavo inquieto
e non pensavo ancora alle braccia scoperte,
ai capelli assolati. Il mio solo momento
era quando sceglievano me per guidare il gruppetto
a mangiare dell’uva e sedersi per terra.
Mi scherzavano insieme. Una volta mi chiesero
se non avevo già l’innamorata.
Fui seccato, piuttosto. Io stavo con loro
per distinguermi: come sapevo salire su un albero,
per trovare i bei grappoli e correre forte.

Una volta incontrai sulla Strada Ferrata
la piú schiva di queste ragazze, una faccia un po’ assorta
ma bruciata di biondo e parlava italiano.
La chiamavano Flora. Io gettavo in quel mentre
sassi al disco dei treni. L’amica mi chiese
se sapevano a casa di quelle prodezze.
Io confuso. E la povera Flora mi prese con sé
perché andava – mi disse – a trovar mia sorella.
Era un gran pomeriggio dei primi d’estate
e per stare un po’ all’ombra e arrivare piú presto
ci buttammo nei prati. Vicino a me Flora
mi chiedeva qualcosa che piú non ricordo.
Arrivammo a un ruscello ed io volli saltarlo:
finii mezzo nell’acqua, tra l’erba.
Dall’altra parte Flora rise forte,
poi si sedé e ordinò che non guardassi.
Ero tutto agitato. Sentivo sciacquare
la corrente, sciacquare e mi volsi improvviso.
Svelta com’era e forte nel corpo nascosto,
la mia amica scendeva la riva, le gambe scoperte,
abbagliante. (Era ricca Flora e non lavorava).
Mi rimproverò un poco coprendosi subito,
ma ridemmo alla fine e le porsi la mano.
Per la via del ritorno ero troppo felice.
Ma quando fummo a casa, niente busse.

Come Flora, a ventine ce n’è ai miei paesi.
Sono il frutto piú sano di quelle colline,
i parenti arricchiti le fanno studiare
e qualcuna ha mietuto nei campi.
Hanno volti sicuri che ti guardano seri e son tanto golosi:
signorine si vestono come in città.
Hanno nomi fantastici presi nei libri,
Flora, Lidia, Cordelia ed i grappoli d’uva,
i filari dei pioppi, non sono piú belli.
Me ne immagino sempre qualcuna che dica:
Il mio sogno è di vivere fino a trent’anni
in una casa in cima a una collina
ben battuta dal vento e accudire soltanto
alle piante selvatiche spuntate lassú.
Sanno bene che cos’è la vita: alle scuole
passano in mezzo a tutte le miserie,
le bestialità aperte di piccoli bruti,
e sono sempre giovani. Da vecchie…
ma non voglio pensarle da vecchie, per me
le avrò sempre negli occhi, le mie maestrine,
col bel parasolino, vestite di chiaro,
– la collina un po’ scabra e bruciata, per sfondo –
il mio frutto, il piú buono, che ogni anno rinnova.

Cesare Pavese

Il passatoin ricordi veloci,
ragazzi intenti alla vita e il sole
a scaldare roventi muri
di una piccola città...

lunedì 25 maggio 2026

Il vampiro, di Charles Baudelaire

Il vampiro

O tu che con la lama di un coltello
nel mio cuore dolente sei entrata,
tu che con la potenza di un drappello
di demoni sei venuta, adornata

e folle, tu che del mio animo vinto
hai fatto il tuo giaciglio, il tuo maniero,
o essere infame, a te io sono avvinto
come alla sua catena il prigioniero,

come al suo gioco chi l’azzardo sogna,
come al fianco s’attacca il bevitore
e come al verminaio la carogna.
Sii maledetta, e maledetta ancora.

Spesso ho pregato il veloce pugnale
che mi riconsegnasse a libertà,
ho chiesto all’empio veleno mortale
di soccorrer la mia pavidità.

E invece, ahimé, presi da grande sdegno,
il pugnale e il veleno m’hanno detto:
“D’essere liberato non sei degno
da questo tuo servaggio maledetto,

idiota; se da questo tuo martirio
ti liberasse la nostra fatica,
i tuoi baci ridarebbero vita
al cadavere di quel tuo vampiro”.

Charles Baudelaire

Invaghirsi, consumarsi,dolersi,
in contesti di ridicole mosse
vedo tentativi goffi e vani;
chi va spesso non torna...

domenica 24 maggio 2026

C' è una crepa.., di Leonard Cohen

C’è una crepa in ogni cosa.
Ed è da lì che entra la luce.

Leonard Cohen

Nelle crepe del cuore la luce
che entra trafigge, rischiara
amori passati, irrisi e delusi;
rimane un chiarore suffuso...

sabato 23 maggio 2026

Vigili indifferenti, di Aldo Palazzeschi

 Vigili indifferenti

All’angolo della via,
come due enormi carabinieri,
fanno la guardia
due cipressi neri.
E alle lor rigide gambe
l’ultimo avanzo s’affida
d’un vecchio tabernacolo rotto.
Si legge ancora sotto:
«Salutate Maria».

Aldo Palazzeschi

Vincent Van Gogh - "Due cipressi"

Edicole di campagna nel sole
che ricordo e l'estate fuggeva
in fretta tra frescure e risorgive
dove il tempo e alcuni cipressi...

venerdì 22 maggio 2026

A vortice s'abbatte sul mio capo.., di Eugenio Montale

A vortice s'abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d'agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l'afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell'acqua
che s'ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
(Mediterraneo)

Eugenio Montale

Mare che purifica nel sale
il sole che attraversa il vento;
spuma lattea e sabbia nel cuore
dove vive ricordo feroce, potente...

giovedì 21 maggio 2026

Il bene più grande..,di Osho

Il bene più grande che si possa fare è essere consapevoli;
poiché ogni altro bene scaturisce da questo."

 Osho

Costringersi al bene
un rifugio per il cuore;
immantate di storie le vite
di tutti, chi più chi meno...

mercoledì 20 maggio 2026

Ti porteresti a letto l’universo.., di Charles Baudelaire

Ti porteresti a letto l’universo,
tu, donna impura, annoiata, perversa.
per aguzzare i denti in questo gioco
devi mettere un cuore al giorno al fuoco.
Gli occhi, come vetrine luminosi,
come fuochi d’artificio festosi,
usano il gran potere e alteri modi
ignorano della bellezza il codice.

Cieco strumento, in crudeltà fecondo,
tu, salutare vampira del mondo,
lo sfiorare negli specchi non cogli
delle tue forme, e neppur ti vergogni?
Il gran male in cui ti credi sapiente
non t’ha trasmesso un poco di spavento,
quando natura, in suo nascosto fine,
di te si serve, o animale vile,
madre del vizio, perché un genio viva?

Sublime fango, ignominiosa diva!

Charles Baudelaire

Passioni incentrate sul tempo
attimi di gioie susblimate;
nell'infinito perdurare del sogno
ricordo solitarie evasioni...

martedì 19 maggio 2026

Alti e bassi, di Anonimo

Alti e bassi
 
Come altanenante sentire
passione indiscreta sfinisce
e sopravviene così intenso
 momento pudico, il mentre.
 
Offuscati dai sensi cademmo 
facili prede del flebile mantra
che i corpic onduce allunione
imperfetta, contigua passione.
 
 Sopravviene ora quell'attimo
di puerile vergogna, schiva
come noi cocci di vetro colorato
smussati dal mare che siamo...

 Anonimo
del XX° Secolo
poesie ritrovate

lunedì 18 maggio 2026

Le prime tristezze, di Marino Moretti

Le prime tristezze

Ero un fanciullo, andavo a scuola, e un giorno
dico a me stesso: “Non ci voglio andare”
e non andai. Mi misi a passeggiare
solo soletto fino a mezzogiorno.

E così spesso. A scuola non andai
che qualche volta da quel triste giorno.
Io passeggiavo fino a mezzogiorno
e l’ore… l’ore non passavan mai.

Così il rimorso teneva il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e qual ansia, mio Dio, d’esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all’appello (oh il nome, il nome
mio nel silenzio) e mi sentivo come
proteso su l’abisso dell’ignoto.

E mi spingevo fin verso i giardini
od ai vïali fuori di città;
e mi chiedevo: “Adesso, chi sarà
interrogato, Poggi o Poggiolini?”.

O fra me ripetevo qualche brano
di storia (Berengario, Carlo Magno,
Rosmunda) ed era la mia voce un lagno
ritmico, un suono quasi non umano.

E quante volte domandai
l’ora a un passante frettoloso ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l’ore… l’ore non passavan mai.

Chi mi darà, chi mi darà quell’ore
così perdute dell’infanzia mia?
Non tu, non tu che tanta nostalgia
e tanto affanno mi ridesti in cuore,

non tu, non tu che la tua fronte chini
per tacermi una lacrima o il pensiero
ch’è su la soglia del tuo ciglio nero
e nemmen Poggi e nemmen Poggiolini.

Marino Moretti

Un'infanzia quasi scordata
insieme a tanti amici perduti;
lontani nel tempo sono ricordi
come stille di vera tristezza...