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lunedì 25 aprile 2022

Mi fa soffrire vederla così..., di Kostantinos Kavafis

Mi fa soffrire vederla così...

Volevo appenderla a un muro della stanza.
Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.
Non la metto in un quadro questa foto.
Dovevo conservarla con piú cura.
Queste le labbra, questo il viso –
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.
Non la metto in un quadro questa foto.
Mi fa soffrire vederla cosí guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi –
una parola o il tono della voce –
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

Kostantinos Kavafis 

Ho troppe vecchie foto
appese alle pareti del cuore
severe mi guardano invecchiare
qualcuna ancora mi sorride...

domenica 24 aprile 2022

Spingendo dolcemente

Spingendo dolcemente

Spingendo dolcemente
ho schiuso quella porta
che chiamiamo mistero.
Mammelle turgide
strette nelle mani.

Akiko Yosano

Sto ora cercando di bussare piano
a quella porta che si era richiusa;
il turgore che provo è ancora segno
di cose non ancora passate, presenti...

sabato 23 aprile 2022

Un inno, di Hilde Kuhn

Un inno

Vorrei che queste non fossero parole
ma un piccolo testamento del volere.
Non però assimilabile ad un lasciarsi andare
quanto piuttosto ad una più piena coscienza.
Come la rondine che sigilla il lascito
in un infinibile volo.

Hilde Kuhn

Un volo di cigno nell'anima, ecco,
appare ai miei sensi il contatto, la cura;
un canto infinito che ritornella i sogni
in un interminabile abbraccio...

venerdì 22 aprile 2022

Protocollo cittadino #59, di Gujil

Dominando il persistere della malinconia riaffronto
il passato di un anno, le stupide posizioni che ho preso,
mi rintano nelle cose che mi danno sollievo e rivedo
i dolci crinali delle piccole dune, sporgenze leggere
di terre feconde, di umidi e fertili umori.
La teca delle contraddizioni è colma
rimpianti si mescolano a desideri
inaccessibili, non raccontabili e intensi.
Lo sguardo è spesso disperso.
Ingaggio con me stesso sterili discussioni
fatte di colori pastello, di vivide immagini scolpite
nelle pieghe del cuore a battere attimi che bruciano
energie residue, quasi riserve da centellinare;
ristò con me stesso da sempre, mi guardo
da dentro come un raggio inarrestabile
di insane passioni, difficili,  eppure così umane...
 
Gujil
Pablo Picasso
"Femme accroupie
"
Stoccarda, Staatsgalerie

giovedì 21 aprile 2022

Frammenti, di Vladimir Majakovskij

 Frammenti

Io non conosco le forze delle parole
conosco della parole il suono a stormo.
Non di quelle
che i palchi applaudiscono.
A tali parole
le bare si slanciano
per camminare
sui propri
quattro piedini di quercia.
Sovente
le buttano via,
senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
con le cinghie tese,
tintinna per secoli
e i treni strisciando s’apprestano
a leccare
le mani callose della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo con l’anima,
con l’anima, con le labbra, con lo scheletro…

Vladimir Majakovskij

Le parole sono potenti, devastanti,
saperle usare a proposito è sogno di tanti;
io, per me, amo ancora usarle per sereni scopi,
con il sole, le piogge, il tedio dei mille colori...

mercoledì 20 aprile 2022

Riflesso un pò nostalgico, di Gujil

 Quando una canzone riesce
 
 
 
a non perdere il suo fascino
 

 
malgrado il tempo
 

martedì 19 aprile 2022

Sciocchezze #26 (e fiaba), di Gujil

Riuscirò a calmare il ricordo di ieri
come un iconica direzione svanita dal disegno,
imparo ancora dalle cose accadute, apprendo
le vie del riflesso, le arti del silenzio.
Ho imparato a tenere per me cose grandi
vissute con intenso accanimento, con voce
stentorea eppure inascoltata, come il suono
del ritmico gemere di un cuore che pure
ho baciato, scosso, oltraggiato e leso.
Le ferite solcano con geografica tendenza
i su è giù collinari della mia anima intrisa
ancora di tutto come fertile terra vergine;
i semi non sempre sbocciano, affiorano,
le paure si contorcono ad intime sicumere...
 
Gujil
 

lunedì 18 aprile 2022

La forza che attraversa..., di Dylan Thomas

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
E’ quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
E’l la mia distruttrice
E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale.
La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera:
E io non ho parole per gridare alle mie venerdì
Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.
La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili
Quella che allaccia il soffiare del vento
Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.
Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’alore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.
E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo.
E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

Dylan Thomas

Mi mancano parole e uso risapute frasi
nel suono di silenzi ancestrali cerco il motivo;
essere non basta, nè vivere aiuta, serve un mantra
che ripieghi l'anima ancora al cuore...

domenica 17 aprile 2022

De natura rerum, di Yves Bonnefoy

De natura rerum

Lucrezio lo sapeva:
Apri il baule,
vedrai, è colmo di neve
che turbina
e a volte due fiocchi
s’incontrano, unendosi
oppure uno si volta, graziosamente
nella sua poca morte.
Di dove quel chiarore
in alcune parole
quando l’una non è che notte,
l’altra, solo sogno?
Di queste due ombre
che, ridendo, vanno
e l’una raggomitolata
in una lana rossa?

Yves Bonnefoy

Naturali come stupidi esseri umani,
la morte, la vita, i mesi passatia pensare;
siamo stralci di attimi rubati all'eterno
susseguirsi di eventi, le tracce e i sospiri...

sabato 16 aprile 2022

L'uomo che non c'è, di Hamid Barole Abdu

L'uomo che non c'è

L’uomo che non c’è
Avverte colpo dopo colpo
Il ritmo incessante della sua terra
Sa che il suo corpo sta qui
Mentre la sua anima è lontana
Per questo ha in viso una
Luce strana, di beata meraviglia
Siede, l’uomo che non c’è
Su di una panchina davanti alla stazione Termini
Ma ha narici colme
Dei seducenti aromi delle spezie lontane
Le sue orecchie ospitano chiassose grida
Da genti al mercato
I suoi occhi esultano perché
Egli sa che in quella casa,
Dietro quella tenda
C’è una donna che cucina cuscus
Per i suoi figli che tornano da scuola.
All’ombra di un ulivo aspetta
L’uomo che non c’è
Il richiamo alla preghiera del muezzin
E intanto chiude
L’uomo che non c’è
La Stazione Termini fuori di sé.

Hamid Barole Abdu

Forse pregare ora non serve affatto,
un dio troppo arrabbiato ha distolto
lo sguardo dagli esseri umani, da tanti;
ora le nostre paure ci sbranano i cuori...