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domenica 12 gennaio 2025

L'angoscia sfibrante di un dolore senza tregua (65).., di Publio Valerio Catullo

65 

l'angoscia sfibrante di un dolore senza tregua
mi distoglie, Òrtalo, da ogni volontà di vivere
e nell'incertezza di questa sofferenza non penso piú
di trovare nelle parole il conforto della poesia:
l'onda che nasce dal gorgo di Lete ora, ora
bagna il piede pallido ora di mio fratello:
strappato ai miei occhi, la terra di Troia
ora lo dissolve sotto il peso della sua collina.
Ti parlerò e non ti sentirò parlare,
mai, mai piú ti rivedrò, fratello mio:
amato piú della mia vita, sempre ti amerò,
sempre mi terrò in cuore il pianto per la tua morte,
come l'usignolo tra le ombre piú folte dei rami
piange nel suo canto la sorte straziante di Iti.
Ma anche in cosí grande tristezza, Òrtalo,
eccoti questi versi tradotti da Callimaco,
perché tu non creda che, disperse nel vento,
le tue parole mi siano sfuggite dalla mente,
come scivola dal grembo di una ragazzina
il pomo che in segreto le donò l'innamorato,
quando, scordatasi d'averlo fra le pieghe della veste,
sussulta trasognata all'arrivo della madre
e le sguscia via: cade in terra il pomo rotolando
e il suo viso afflitto avvampa di vergogna

Publio Valerio Catullo

Rivedere le  cose del mondo
 si vive di questo e di altro;
confuse al presente si celano
nel cuore, nelle sue pieghe...

sabato 11 gennaio 2025

Su un giornale, di Ernest Hemingway

Su un giornale

Su un giornale
Ho visto la foto di un manganello,
Coperto di borchie di ferro
E con un chiodo d’acciaio sulla punta.
Ho pensato:
Dio, farlo dondolare sarebbe proprio bello;
E avevo una gran voglia d’impugnarlo
E sentirlo scricchiolare sulla testa di qualche unno –
Preferibilmente disarmato –
E un altro,
E un altro, e un altro.
Dio, non sarebbe bello?
– Sfondare il cranio,
E vederne sprizzare il sangue come quando accoppano i manzi al
mattatoio?
Se gridassero “Kamerad”,
Dài!
Lo stesso pomeriggio ho visto uno svedese,
Alto e biondo, la faccia di bambino,
Ubriaco, resisteva a tre poliziotti
Che cercavano di estrarlo dall’auto.
Il più grosso ha calato lo sfollagente sulla testa del ragazzo,
Con un colpo che si è sentito fino a qui;
Non il lugubre «bonf» di un manganello,
Ma uno sparo.
Poi tutti l’han percosso e lui è caduto,
L’hanno tirato su per una scala,
Col viso insanguinato che sbatteva, sbatteva, sbatteva,
Sui gradini.
Gesù! Sono io quello
Che voleva adoprare
Il manganello?

Ernest Hemingway

Violenze gratuite e stupide
fuori il mondo vive di questo;
il passato ci mostra la via,
noi guardiamo solo avanti...

venerdì 10 gennaio 2025

Se io potrò impedire.., di Emily Dickinson

Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano

Emily Dickinson

Infine uscimmo e rivedemmo
sensi pervasi di sentimentalismo;
le curve dei seni protese al cielo,
un passo da felicità o pena...

giovedì 9 gennaio 2025

Canzone dei dodici mesi, di Francesco Guccini

Canzone dei dodici mesi

Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentatoFra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malatoSono distese lungo la pianura bianche file di campiSon come amanti dopo l'avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi
Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazzaLascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazzaL'inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranzaNei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza
Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il veloPorta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgeloRiempi il bicchiere, e con l'inverno butta la penitenza vanaL'ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita miaDiverso tutti gli anni, ma tutti gli anni ugualeLa mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile vieneQuali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudeleMa nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l'amoreCome la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole
Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primaveraIl nuovo amore getti via l'antico nell'ombra della sera, nell'ombra della seraBen venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fioreMentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore
Giugno, che sei maturità dell'anno, di te ringrazio DioIn un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato ioE con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoroCon le tue spighe doni all'uomo il pane, alle femmine l'oro, alle femmine l'oro
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita miaDiverso tutti gli anni, ma tutti gli anni ugualeLa mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leoneRiposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visioneNon si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose oreMai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore
Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull'etàDopo l'estate porta il dono usato della perplessità, della perplessitàTi siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identitàCome scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità
Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezzaNei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezzaLungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazzeLungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita miaDiverso tutti gli anni, e tutti gli anni ugualeLa mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli ortiLungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i mortiCade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiadaTe pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada
E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porteLungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morteUomini e cose lasciano per terra esili ombre pigreMa nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita miaDiverso tutti gli anni, ma tutti gli anni ugualeLa mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocareChe non sai mai giocare, che non sai mai giocareChe non sai mai giocare, che non sai mai giocare
 
Francesco Guccini
 Giorni, mesi, diventano anni,
le penetranti intese sciamano
verso lidi troppo lontani, in là
come peso che età ci impone...

mercoledì 8 gennaio 2025

Ode a un cesso di Tijuana, di James Dean

Ode a un cesso di Tijuana
(o il Famoso Principio Prosaico del Fottiti)

Ritratto di Jim & culo nudo
allo specchio (da dietro le quinte
si dice: È “MORBOSO!”
È MORIBONDO si domanda,
Oh grande incrostata coppa senza fine
CHE MOSTRI LE SUE PALLE AL MONDO
è lui Sebastiano
che cava fuori frecce dal suo deretano
o l’ombra dei coraggiosi toreri
l’ultimo istante allo specchio
È IL PADRE
che grida trattarsi del “FIGLIO MORBOSO”
GIUNGE LA RISPOSTA:
Fottiti pà, caro pà, fottiti.
L’uomo solitario che non riesce
ad uscire
da dietro allo specchio
grande marionetta dell’altro
O infondendo vita
al cadavere sulla sabbia
Secche alghe marine parlanti
cantando canzoni Italiane
su Patchen Place
alla ragazza in gabbia
Il corpo in una lattina
privo dell’anima
Il corvo canta
e due diviene uno
FINE
La penna viene riposta
l’agile dito ha scritto
e ora si fa una cacata. 

James Dean

Finimenti rigidi imbrigliano
fantasie sfrenate, allucinogeni
da cortile impregnano menti che
ancora non passano il limite...

martedì 7 gennaio 2025

Protocollo cittadino #152 (Acqua), di Gujil

Acqua

Freddo e acqua, oggi,
un anno comincia come sempre
con le sue inquietudini, i giorni
a contare per le tante scadenze...
 
Gujil

lunedì 6 gennaio 2025

La Befana, di Guido Gozzano

La Befana

Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne' lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore. 

Guido Gozzano

Alla fine basta feste, la Befana
le ha prese nel suo sacco vuoto;
restano ricordi di bimbo, nei bimbi
di oggi, anche se fuori piove...

domenica 5 gennaio 2025

Le deluse, di Amalia Guglielminetti

Le deluse

Io vidi queste tendere le braccia
in vana attesa d'anime deluse,
con ciglia di febbrili ombre soffuse,
con labbra accese nell'esangue faccia.

Con quelle labbra su cui par si taccia
il gemito scorato delle accuse,
ma tremi la dolcezza che le schiuse,
quasi fiori che nuovo alito allaccia.

Le vidi premer sopra il cuor conserte
le dita e susurrargli: – O folle, taci! –
con la voce che han l'anime deserte.

E reclinare la turbata fronte,
come assetati ch'odono loquaci
rider l'acque e non trovano la fonte.

Amalia Guglielminetti

Giuseppe Pellizza da Volpedo
"Speranze deluse"
Delusioni costellano il cielo
delle nostre anime sparse;
rimane un languido residuo
di buono, come da lontano...

sabato 4 gennaio 2025

Il fonte, di Arturo Graf

Il fonte

Fuor della rupe livida zampilla
Dardeggiando la fonte, e il fuggitivo
Umor frangendo giù pel verde clivo,
All’oriente sol smaglia e sfavilla.

Di qua, di là, silenzïoso e fosco,
Su per le balze rovinose e brulle,
Il bosco sale e s’avviluppa, il bosco
D’antichi abeti e d’ispide betulle.

Precipitando sulle nude selci,
Sfolgora l’onda sgominata e franta;
Umili fior di campo e incise felci
Intorno a sé, fuggendo, irrora e canta.

E par che dica: È tal qual io mi sono
L’umana vita: un fuggitivo errore,
Una mobil parvenza, un debil suono;
Onda che passa e si ringorga e muore.

Fugge travolto il rivo, e, giunto al piano,
In un muto padule entra e si perde;
Ma, fuggendo, di accese iridi il vano
Aere dipinge ed il quïeto verde.

Arturo Graf

Argentino rio, prati montani,
come dire giovane fanciullo;
poi ridenti cascate a formare
torrenti, fiumi, fino al mare...

venerdì 3 gennaio 2025

Con gli altri faccio finta di giocare.., di Giovanni Raboni

Con gli altri faccio finta di giocare
ma il giorno è lungo e mi sembra un mortorio.
Che languore è l’attesa per gli amanti!
O sole, o luna, vorrei che più spesso
vi mancasse la luce.

Giovanni Raboni

Attese come chiodi al muro,
si rimane spesso silenti, assidui;
le consonanti del buio affilano
lame affilate che entrano in me...