giovedì 19 giugno 2014

Simulacro, di Arturo Graf

Simulacro

Dal marmoreo fonte
Ritto si leva il bianco simulacro:
Ancora par che dal selvoso monte
piana scenda al gelido lavacro.
Le fredde ignude membra
Un arcano e sottil spirito avviva:
Ancora sui divini omeri sembra
Che balzi e suoni la faretra argiva.
Sotto l’arco del ciglio
Immobilmente la pupilla guata,
Guata dell’onde il lucido scompiglio
E l’oziosa danza interminata.
Sulla fronte superba
Un’ombra di pensier tacito vaga,
Misterioso desiderio, acerba
Reminiscenza, fantasia presaga.
Dimmi, ricordi i chiari
Gioghi d’Olimpo, il ciel liquido immenso?
De’ numi il lieto popolo, gli altari
Su cui bruciava l’odorato incenso?
Ricordi tu le selve
Dense, al fragor dell’irruente caccia
Alto sonanti, e le inseguite belve,
E i can travolti sulla lunga traccia?
Ricordi i lieti e vaghi
Recessi dove dal sanguigno ludo
Posavi? i monti solitarii, i laghi
Ove immergevi il divin corpo ignudo?
Ricordi i baci ardenti
D’Endimione e il venturato scoglio?
Del mal vinto pudore i turbamenti
Soavi e il novo femminile orgoglio?
Ricordi ancora? Or dove,
Dov’è quel tempo e quel felice mondo?
Ove il tuo culto e il nume tuo giocondo,
Superba figlia dell’egioco Giove?
Buon per te che sei morta!
Il pellegrin dolente e affaticato
Ti passa innanzi, e meditando il fato
De’ numi erge la fronte e si conforta.

Arturo Graf


passato remoto,
quando raminghi erravano,
quando nei soli vedevo
mondi perduti e lontani...

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