giovedì 23 luglio 2015

Inferi, di Arturo Graf

Inferi

In voragini buje, in erme grotte
S’apre e vaneggia la plutonia rupe
Nel grembo della terra, orride, cupe,
Securo asil della tenaria notte.
S’alzan con archi immani le pareti
Scisse, ronchiose, affumicate ed arse;
Biancheggian qua e là, divelte e sparse,
L’ossa d’antichi, giganteschi ceti.
Sotterra s’affaccendano i Titani,
C’hanno gli antichi vincoli spezzati;
Sotto la foga dei potenti fiati
Di novi incendi flagrano i vulcani.
Ferve lor opra: con le man dal fondo
Di nere cave strappano le antraci,
Buttano intere nelle gran fornaci
Le selve morte dell’antico mondo.
Ad attizzar la bragia incandescente
Piove in copia il sudor dagli arti ignudi;
Coi magli enormi in sulle larghe incudi
Batton macigni di metal rovente.
Nell’onda immerso vaporando stride,
E in durissime tempre si rinnova,
L’ignito ferro, e cimentato a prova
Schianta il granito e il dïamante incide.
L’aria di fumo e di faville ingombra
Ne’ larghi petti sibilando scende;
Mostruosa s’accorcia e si distende,
Sulle pareti, dei gran corpi l’ombra.
Via via per le recondite latebre
Il suon dell’opre rimuggendo esala:
Taccion gli adusti fabbri, e mai non cala
Benigno il sonno sulle lor palpebre.
E alcun talora a rinfrancar l’anelo
Petto, agli atri spiracoli s’appressa,
E sparsa indietro l’arruffata e spessa
Criniera, insulta con lo sguardo il cielo.
 
Arturo Graf
 
Lorenzo Pietro detto "Il Vecchietta"
 
sotto di noi, nel buio,
profonde inquietudini
relegano l'io in angoli stretti,
vorrei sapere, a volte,
a volte non vorrei...

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