sabato 16 aprile 2016

L'uomo, di Giovanni Prati

L’uomo

Terra, dall’ime viscere
Manda di gioia un grido;
Svegliati, e leva un fremito.
Mar dall’immenso lido;
Angelica coorte,
Inneggia e ti prosterna;
Sulle celesti porte
Brilla ineffabil dì;
L’uom dalla mano eterna
Colmo di vita uscì.
Più arcano delle tenebre,
Più delle belve truce
Più libero del turbine
Più bello della luce,
Nel portentoso istante
Al Crëator converso;
Di gloria sfolgorante
Egli già move il piè…
O suddito Universo,
T’apri davanti al re.
Figlio di Dio, recandosi
L’alta promessa ei viene:
«Di nati avrà miriadi,
Come astri e come arene!
A un cenno di quel fonte
Sarà l’oceano aperto;
Quasi lapillo, il monte
A’ piedi suoi cadrà;
La tigre del deserto
Sul dorso il porterà!»
E già gagliardo e nomade
Corre la giovin terra;
Ode i ruggiti, e indomito
Sfida le belve in guerra;
Per mezzo alle foreste
Fiero la tenda inalza;
Cinge l’orribil veste
Dei pardo e del lïon;
Sui geli della balza
Suona la sua canzon.
Ma da quei geli un’intima
Voce soave il chiama:
Scende fratello incognito,
Trova i fratelli… ed ama!
Oh santo il primo amplesso,
Che rannodò i mortali!
Non gemito d’oppresso,
Non ira d’oppressor:
Ma liberi ed eguali.
Con un sei patto in cor!
Ecco una fiamma eterea
In mille spirti è giunta;
L’occhio di mille in candida
Pietra angolar s’appunta.
Curvo sostien le braccia
L’uom verso l’alto immote;
Gli scende sulla faccia
Misterïoso un vel…
È nato il sacerdote,
Stretta è la terra al ciel!
Muto si prostra il popolo
A lui, che vaticina;
Ode i proferti oracoli
Dalla fatal cortina;
E adora un dio; de’ campi
Nella virtù feconda,
Dei päurosi lampi
Nell’infiammato vol,
Nel fremito dell’onda,
Nella beltà del Sol!
Allor le destre in memori
Patti la Fè compose,
I genii del connubio
Si cinsero di rose,
L’uom tra le monde mani
Tolse l’occulto lare,
Negli aditi più arcani
Tremando il collocò,
E a quell’ignoto altare
Questa parola alzò:
«È mia la casa: i pargoli
Sangue del sangue mio!
Noi coronò di talami
Casti e felici Iddio!
Qui fu la nostra cuna,
Qui sorge il nostro avello,
Ciascun di noi per Una
Sentir qui debba amor…
Oh! non m’è più fratello
Chi non m’intende ancor!
«Pera chi tenta volgerti
In giorni bassi e rei,
O patria del mio cantico,
Terra de’ figli miei;
Sin le verginee voci
Daran tremendi suoni,
E contro alle feroci
Idre converse in te
Vigileran leoni
Delle tua mura al piè».
Oh come bello e splendido
Fu l’uom serrato in arme!
Si sollevò dall’orrida
Siepe de’ brandi un carme.
Si scossero i gagliardi,
Come rumor di venti,
La pugna dei codardi
Un breve lampo fu…
Sostarono i fuggenti,
E già non eran più
Inni al trionfo! Ei reduce
Pien di beltà guerriera
Sul petto con un fremito
Stringe l’ostil bandiera;
L’elmo, l’acciar la maglia
Fiammeggiano di gloria,
Il Dio della battaglia
A lui d’accanto sta…
— Incurvati, o vittoria,
Tolto lo scettro ei t’ha!
Santa è la pace! — Ai teneri
Nati il vestir festivo
Componi, o madre, e intrecciane
Il biondo crin d’ulivo!
O veglio, a’ tuoi racconti
Riedi sereno ancora;
Soldato, i patrii monti
Ritorna a salutar;
Sali, o nocchier, la prora,
E t’abbandona al mar!
Non più gli avversi spiriti
Suon d’oricalchi preme;
Santa è la pace! albergano
Gli agni e le tigri insieme.
L’uom non obblìa l’antica
Virtù; ma giace ascoso
L’elmetto e la lorica,
La lancia ed il corsier…
— È un altro il luminoso
Volo del suo pensier.
Fremente al par dell’aquila
Cui la bass’aria duole,
Egli s’avventa a togliere
Una favilla al sole!
Entra d’intatti regni
Nell’intime latèbre,
Misterïosi segni
Gli schiudono il cammin;
Ei rompe le tenèbre,
E interroga il destin!
«Di me che fia?… del fragile
Ente, che pensa e muore?…
Come s’incende l’aëre,
Come si pinge il fiore?…
Perchè senz’urto posa
Questa materia inerte?
Che è mai la forza ascosa
Che tutto volve al suol?
Di poche piume aperte
Come si libra il vol?
«Qual è virtù, che il vortice
Ferocemente desta,
Che annegra e muta il nugolo
In ira di tempesta?…
Della tua luce adorno
Non mi. mandasti, o Dio?
Dell’universo un giorno
Fatto non m’hai signor?
Dunque allo sguardo mio
Perchè lo celi ancor?….
Questo dolor, quest’impeto
L’uom sitibondo ardeva.
Era il poter dell’angelo,
Nella fralezza d’Eva!
E non tremò. Nei veli
Si spinse del mistero;
Schiuder le porte ai cieli,
Tentar l’abisso ardì…
— E incoronato il Vero
Dalla sua tomba uscì!
Tripudia, o forte! — Al sonito
Della tua voce ei venne;
Or lo suggella in pagina,
Che debba star perenne;
A lacerarti il seno
Gli stolti. sorgeranno;
Tu, martire sereno,
Esulta e va a morir!
Impero essi non hanno
Sui dì dell’avvenir!
Entro i non nati secoli,
Del gran giudicio è l’ora!
Per te venuta i posteri
Confesseran l’aurora;
Redimeranno i vati
Le non colpabili ossa;
E l’onta, che i passati
Sul marmo ti stâmpar,
Verrà nella sua possa
La gloria a cancellar!
Ma per qualunque tramite
Muover tu pensi l’orma,
Dimmi, qual mai ti seguita
Cara, celeste forma,
Che ti carezza il viso,
Che mormora il tuo nome,
Che di un fraterno riso
Consola il tuo cammin,
Che intreccia alle tue chiome
Le rose del suo crin?….
Oh! le ti prostra; e venera
Dio nelle sue sembianze!…
Spargile in sen le lagrime,
Le gioie e le speranze!…
E quando ogni altro amore
T’avranno tolto i fati,
Stringiti allor sul core
Quest’angiol di pietà:
— Tesori inaspettati,
La tua miseria avrà!
 
Giovanni Prati
 
  
da sempre ricerche,
nel nome del sesso, del cuore,
uomini, donne continui
spazio tempo in fusione,
gioie e dolori insieme...

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