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martedì 28 marzo 2017

Vita felix, di Maria Grazia Calandrone

Vita felix

Immaginavamo navi
come le stimmate del mare – immaginavamo
     navi
come steli di fiori marini e vette

di mare in terra – immaginavamo il rumore
     dell’isola, il mare che batteva come una
     fontana
alta e la terra era impregnata e dolce
e senza dolore e certamente questo
     immaginare
era tornare
al paradiso per la strada aperta
dalle parole e i corpi
si muovevano tenui e disumani come se
     il mondo dovesse ancora venire.
     Se tu parlavi io vedevo l’isola
dove i morti chiariscono
corpi fatti di rami e fili d’erba,
stanno seduti con il sole in faccia sulla
     piccola costruzione del molo. Falde
     di luce che perfezioniamo.
Se tu parlavi io vedevo l’isola
con il giallo sferzante delle ginestre, l’attracco
silenzioso delle barche, la piazzetta in
     cemento, i cubi bianchi
dove siedono parallele le nostre figure
con occhi carichi di sguardo umano
e gli affetti lasciati nelle case
come una foce dimenticata.
Siamo una compagine di vento
un canneto di carne lapidata
un fluttuare canoro di risorti
che perdono
lacrime
dall’occhio interno
perché il vento deve restare vento
e la cenere cenere fino alla fine del mondo
perché questo lasciare che accada
è piú dell’amore, questo dire
chi deve andare vada.


Maria Grazia Calandrone
Roma, 26 febbraio 2009
Sulla bocca di tutti
 
 
comunque è la vita,
che piaccia o meno è nostra;
abbiamo coraggio e paure,
siamo stolti e avveduti...

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